Il Mezzogiorno dimenticato

Vi è ampia evidenza sul fatto che i divari regionali, in Italia, sono in continuo aumento ed è noto che i Governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno somministrato dosi relativamente maggiori di austerità proprio alle aree più deboli del Paese.

Quest’ultimo aspetto, di estrema rilevanza politica, sembrerebbe in prima approssimazione delineare un vero e proprio puzzle, dal momento che intuitivamente non si capisce per quale ragione, in fasi recessive, si accentua volontariamente la recessione laddove è più intensa. A ben vedere, si tratta di una decisione politica che riflette un ben preciso orientamento di teoria economica, secondo il quale, per produrre crescita economica, occorre accentrare le risorse nei poli che sono già più produttivi: in altri termini, una variante degli effetti c.d. di sgocciolamento.

L’ipotesi, tutta da dimostrare, è che le diseguaglianze (in questo caso territoriali) generano crescita. E’ la metafora del treno: se la locomotiva parte, si tira dietro tutti i vagoni.

Fuor di metafora, si ritiene che la crescita dei profitti delle imprese del Nord incentivi la domanda di sub-forniture, tipicamente rivolta alle imprese meridionali, con conseguente aumento dei profitti anche a beneficio di queste ultime. E’ molto diffusa, poi la convinzione che il basso tasso di crescita del Mezzogiorno dipenda dalla sua scarsa dotazione di “capitale sociale”: una convinzione che rafforza gli indirizzi di policy messi in atto negli ultimi decenni, dal momento che l’aumento della spesa pubblica nel Mezzogiorno si tradurrebbe esclusivamente in sprechi, inefficienze, corruzione.

La tesi della carenza di capitale sociale si presta a numerose obiezioni, fra le quali: i) non è esattamente chiaro cosa si intenda con questa espressione, o comunque non vi è unanime consenso sulla sua definizione; ii) per conseguenza, è estremamente difficile, se non impossibile, una sua corretta quantificazione, essendo peraltro una variabile multidimensionale. Se si ritiene che una diffusa presenza sul territorio di attività criminali sia una proxy di bassa dotazione di capitale sociale, pare che questo sia il principale argomento utilizzato per dar conto dell’arretratezza del Mezzogiorno. Va tuttavia ricordato che si è in una fase di globalizzazione criminale (e che dunque la criminalità organizzata non è solo un fenomeno meridionale) e va sottolineato che molto probabilmente è semmai il deterioramento del capitale sociale è un effetto della recessione.

Le maggiori dosi di austerità imposte al Mezzogiorno (area popolata, in larga misura, da imprese di piccole dimensioni molto dipendenti dal settore bancario) hanno dato luogo a una spirale perversa così ordinabile: la riduzione della spesa pubblica ha ridotto i mercati di sbocco, riducendo conseguentemente i profitti e aumentando il grado di insolvenza delle imprese (o generando fallimenti), con conseguente restrizione del credito (o aumento dei tassi di interesse), riduzione degli investimenti, dell’occupazione e del tasso di crescita.

Tradizionalmente, le posizioni ‘meridionalistiche’ si sono basate sulla convinzione, esattamente opposta a quella che è a fondamento della teoria degli effetti di sgocciolamento, secondo la quale la crescita del Mezzogiorno è semmai una pre-condizione per la crescita del Paese. Con la massima schematizzazione, si è ritenuto (e si ritiene) che l’aumento del tasso di crescita al Sud implichi un aumento della domanda rivolta alle imprese del Nord e, dunque, un più ampio mercato di sbocco per queste ultime. E, in effetti, nei periodi nei quali la crescita delle aree meridionali è stata sostenuta, lo è stata anche la crescita delle altre aree del Paese.

Una possibile ipotesi interpretativa che dia conto del totale abbandono del Sud, in questi ultimi anni, può partire da questa considerazione. Il Mezzogiorno oggi, come SVIMEZ certifica, è oggetto di un vero e proprio tsunami demografico: gli imponenti flussi migratori degli ultimi decenni, soprattutto di individui con elevata scolarizzazione, hanno determinato un processo di progressivo invecchiamento della popolazione residente associato a un significativo calo delle nascite. Il combinato della deindustrializzazione, e dei connessi fenomeni di ‘ritorno alla terra’, e della crescente incertezza, imputabile alla crescente precarizzazione del lavoro, ha ridotto la propensione al consumo, accrescendo i risparmi per motivi precauzionali.

Il Sud non è più, quindi, un rilevante mercato di sbocco. E peraltro lo è sempre meno se si considera che, rispetto a qualche decennio fa, la totale deregolamentazione dei flussi commerciali, unita alla notevole compressione dei costi di trasporto, rende possibile, per le imprese del Nord, individuare agevolmente mercati di sbocco in altri Paesi. L’ultimo Rapporto ISTAT-ICE certifica che la crescita delle esportazioni italiane è essenzialmente imputabile all’aumento delle vendite di imprese localizzate al Nord e che queste imprese esportano prevalentemente in Germania e Francia, all’interno dell’Eurozona, e negli Stati Uniti.

In questo scenario, le prospettive economiche del Mezzogiorno sembrano andare sempre più nella direzione di un modello di sviluppo basato su produzioni a bassa intensità tecnologica, in settori maturi (agricoltura e turismo). Avvalorando la retorica che vuole che compito dell’azione politica sia semplicemente assecondare le “vocazioni naturali” del territorio, anche se queste rischiano di accentuare e prolungare la recessione e amplificare i divari regionali.

Guglielmo Forges Davanzati, professore associato di Economia Politica, Università del Salento

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