Panama Papers: il bilancio a due mesi di distanza

A due mesi dallo scandalo Panama Papers, è possibile fare un primo bilancio del lavoro svolto dal governo Italiano per garantire maggiore trasparenza in materia fiscale e per promuovere forme di collaborazione intergovernativa che facilitino la lotta all'evasione.

L'Italia fa passi avanti ma è necessario uno sforzo maggiore.

Mentre le autorità fiscali di tutto il mondo si interrogano sulle potenzialità dei dati di cui sono venute in possesso, l'Italia si è già mossa su diversi fronti. Ad aprile, insieme alla Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, ha annunciato la creazione di registri transnazionali per lo scambio automatico di informazioni sui proprietari di fatto (i c.d.  beneficial owners) di società e fondazioni. Queste informazioni saranno messe a disposizione delle amministrazioni fiscali e delle forze dell’ordine. Al summit anti-corruzione di maggio a Londra, l’Italia ha confermato l'impegno aprendo anche alla possibilità, da parte delle autorità fiscali di altri Paesi di consultare il registro, previa stipula di trattati bilaterali.

Questa iniziativa rappresenta un miglioramento dello stato attuale delle cose, in cui le autorità fiscali si scambiano informazioni solamente su richiesta e dopo aver dimostrato la rilevanza della domanda.

Ma così facendo si mantiene ancora un livello di segretezza che protegge queste informazioni dallo scrutinio pubblico. L'adozione di registri pubblici permetterebbe invece l’accesso alle informazioni da parte dell'intera società (banche e altri istituti finanziari ma anche organizzazioni non governative, giornalisti, etc).

Sarebbe inoltre la decisione più economica e, allo stesso tempo, rappresenterebbe un forte deterrente contro attività illecite e uno strumento di controllo sull’operato del governo.

La soluzione proposta risulta infine in linea con quanto stabilito dalla recente direttiva europea sulla scambio obbligatorio di informazioni nel settore fiscale (country-by-country reporting). Questa fa parte di un pacchetto di misure volte a rafforzare le norme dell’Unione Europea per impedire l’elusione dell’imposta sulle società, e introduce l’obbligo per gli Stati membri di scambiarsi informazioni di natura fiscale sulle attività delle società multinazionali, pubblicando i dati essenziali su profitti e tasse, secondo una ripartizione Paese per Paese.  

Nei giorni scorsi, i ministri delle finanze degli stati membri dell’Unione Europea  hanno inoltre annunciato l’intenzione di creare una lista comune dei paradisi fiscali (non-cooperative jurisdictions), riconoscendo l’importanza di una continua e intensificata azione per arginare l’evasione e l’elusione “aggressive” a livello nazionale, europeo e globale.

Di nuovo, una soluzione di per sé positiva, ma di improbabile efficacia, visto che i paradisi fiscali non risiedono solamente al di fuori dell’Unione ma anche al suo interno.

Un recente studio di Oxfam ha analizzato ad esempio il ruolo dell’Olanda come paradiso fiscale per le multinazionali e altri paesi dell’Unione (tra i quali il Lussemburgo, Irlanda, Malta e Regno Unito).

Questi Paesi di sicuro non saranno inclusi nella lista nera e nemmeno Paesi come gli Stati Uniti e la Svizzera, anche se entrambi figurano tra i primi nel Financial Secrecy Index, l’indice di segretezza finanziaria creato dal Tax Justice Network (gli Stati Uniti stanno diventando uno dei più grandi paradisi fiscali del mondo, grazie alle proprie leggi in materia di trasparenza e alla loro non adesione allo scambio automatico di informazioni con altri Paesi).

Il processo di redazione di questa lista nera è oltretutto abbastanza opaco, essendo stato affidato al Code of Conduct Group on business taxation, un forum segreto creato nel 1998 per discutere pratiche fiscali dannose e la tassazione delle multinazionali. La redazione di questa lista rischia di diventare perciò un  processo politico, con il risultato che Paesi come gli Stati Uniti e la Svizzera ne usciranno con la reputazione intatta.

Sarebbe auspicabile invece una lista trasparente, globale ed oggettiva dei paradisi fiscali.
A due mesi dalla più grande fuga di notizie finanziarie della storia, l’Italia può esercitare e sta esercitando un ruolo importante nella lotta contro la corruzione, evasione, elusione fiscale e riciclaggio di denaro sporco a livello globale. Purtroppo rimangono delle perplessità sulle misure finora prese o considerate, che rischiano di non essere effettive ai fini di ridurre o prevenire queste attività illecite.


 La nostra petizione "Nessunoinparadiso"

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